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25 Maggio 2005
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A caccia di Squisito!

Giovani, carini, molto occupati: Jre

 
A caccia di Squisito!

Una giornata di caccia merita di essere prolungata a tavola. Il motto, coniato da Lucio Pompili, funziona. Se per un attimo si smette di pensare alla caccia come una pratica violenta e ormai anacronistica. Perché è anche strumento di una cultura antica, che ha un legame forte con le cucine regionali italiane che hanno saputo evolversi fino a diventare grandi cucine. Come quella proposta da Pompili, patron del Symposium di Cartoceto, ristorante immerso nella campagna marchigiana nonchè tempio della selvaggina. Questo sacerdote della cacciagione sarà a Squisito! il 3 ottobre, protagonista di una lezione proprio sull’argomento, alla Giostra dei Cuochi. E partirà da un presupposto: sulla caccia in cucina ci sono troppi luoghi comuni. Da sfatare.

“Sì, è vero – spiega Lucio Pompili – i falsi storici sulla selvaggina sono tanti e difficili da eliminare. Il concetto principale è che si deve rispettare l’originalità dei profumi e dei sapori di queste carni. Perciò interventi come la frollatura o la marinatura sono inappropriati, non necessari. A volte anche dannosi”.

Ma può un ristorante, al giorno d’oggi, puntare forte su menù a base di cacciagione? Una richiesta così costante di carne selvatica non è dannosa per l’ambiente? “E’ una questione di impatto sulla filiera alimentare. Il cacciatore ha, da sempre, un prelievo di sua spettanza. Senza di esso alcune specie prolifererebbero, creando uno squilibrio nell’ecosistema. 10 anni fa venne proibita la caccia allo stambecco sullo Stelvio. 3 anni fa la popolazione di questo animale fu sterminata da un’epidemia di congiuntivite. Perché gli esemplari più deboli non venivano uccisi e ammalavano il resto dei branchi”.

“I problemi veri – continua Pompili - non sono i cacciatori, piuttosto sono l’inquinamento, la chimica, l’intervento. Faccio un esempio: a maggio il grano viene diserbato tre volte. Le quaglie sono spacciate. Il danno che fa un cacciatore non è nemmeno paragonabile”.
Ma i piatti da lei proposti sono tutti a base di selvaggina dei colli marchigiani? “In parte sì. Ma io sono cacciatore, e ho molti amici che vanno a caccia e mi portano carne da tutta Europa”.

Ma quali sono le aree più battute dal turismo “con la doppietta”? “A fine luglio si va in Lapponia, a fine aprile sui Balcani. Ma anche in Kamtchatka o in Kazakistan, per scoprire la bontà del gallo cedrone. Che nei boschi di quel paese si nutre di ribes, mentuccia e lamponi. E il sapore è straordinario, molto diverso da quello proveniente da altre aree geografiche. In generale il buon cacciatore non si reca in Sud America, perché rispetta la tradizione e la storia della pratica europea: le specie sono diverse, la caccia è diversa. Eticamente non è giusto andare in quella direzione”.
In ogni caso, 3 o 4 piatti “selvatici” non mancano mai, dal suo menù? “No, anche se tutto dipende dalle disponibilità del momento. E comunque non si possono sottovalutare anche altri grandi prodotti del territorio che caratterizzano la mia cucina: dal tartufo di Acqualagna ai pesci pregiati”.

Samuele Amadori
 
 
 
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