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San Patrignano
ha 27 anni di vita. E proprio a settembre
ricorre il decimo anniversario della scomparsa
di mio padre. Oggi sembra scontato che un
ragazzo tossicodipendente, una volta entrato
in comunità, studi o impari al meglio
una professione: le esperienza più
avanzate del mondo sono quelle in cui il percorso
di recupero è affiancato da una solida
formazione educativa e professionale. Ma allora,
nel 1978, non solo tutto ciò era rivoluzionario,
ma duramente avversato dalla maggior parte
dei cosiddetti esperti di tossicodipendenza,
medici, psichiatri, sociologi in testa. E’
questo uno dei principali motivi per cui,
in questi anni, San Patrignano è stata
contestata.
Alle critiche mio padre rispondeva. “Per
noi lavorare è un modo per appassionarsi
alla vita, per ritrovare interessi ed entusiasmi
e per abituarsi ad avere delle relazioni”.
Perché, spiegava, “non
si riconquista la propria dignità chiedendo
o pretendendo, ma rimboccandosi le maniche
ed adoperandosi per ricostruirla, difendendola
con il proprio lavoro”.
Vorrei essere chiaro. Imparare un mestiere,
per noi, non è mai il fine, ma uno
degli strumenti che i ragazzi hanno a disposizione
per crescere. Perché, per quanto il
lavoro sia importante - fa parte della vita
-, e per quanto sia fondamentale che ogni
ragazzo segua la sua vocazione e la persegua
al meglio scegliendola fra un’ampia
gamma di possibilità, tutte queste
cose sono la semplice conseguenza di come
San Patrignano ha sempre interpretato il problema
della droga e, soprattutto, guardato alle
persone che aiuta. Mi spiego. Per noi, nessun
tossicodipendente è un malato o un
irrecuperabile destinato a convivere fino
alla morte con la sua condizione. E’
solo una persona con un problema in più.
Noi lo vediamo come un essere unico e irripetibile,
pieno di capacità e potenzialità
che deve riscoprire ed imparare ad esprimere.
Se noi le riconosciamo, allora non possiamo
che difendere insieme a lui, oltre che sua
dignità, anche il suo diritto alla
bellezza e alla qualità della vita.
Quando poi i ragazzi costruiscono la loro
professionalità e migliorano le loro
capacità, è importante che possano
confrontarsi con quel mondo da cui sono arrivati
sconfitti e a cui devono tornare da uomini
liberi e pienamente reinseriti. E’ per
questo che, anziche un maneggio con qualche
ronzino, sono stati capaci di organizzare
qui in comunità gli Europei
di equitazione e, al posto della fiera della
piadina, hanno realizzato “Squisito!”,
la manifestazione appena conclusa che ha raccolto
le esperienze più interessanti e innovative
dell’enogastronomia italiana e internazionale.
Andrea Muccioli
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